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Obesità, dalla legge 149 alla cura: ora servono percorsi accessibili e presa in carico reale

La legge c’è. La vera sfida è fare in modo che il diritto alla cura dell’obesità diventi uguale per tutti.

Obesità, dopo la legge 149 che succede?

Con l’approvazione della legge 149 del 2025, l’Italia ha compiuto un passaggio importante nel modo di considerare l’obesità, definita come una condizione caratterizzata da un eccesso di grasso corporeo che può essere diagnosticata attraverso l’Indice di Massa Corporea (BMI), un indicatore che si calcola dividendo il peso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza in metri. Non più una semplice conseguenza di abitudini alimentari scorrette o della mancanza di volontà, ma una vera malattia, definita dal testo normativo come progressiva e recidivante.

La legge, promulgata il 3 ottobre 2025 ed entrata in vigore il 24 ottobre dello stesso anno, stabilisce i principi fondamentali per la prevenzione e la cura dell’obesità, con l’obiettivo di tutelare la salute e migliorare la qualità di vita delle persone che ne sono affette.

Il riconoscimento giuridico rappresenta però soltanto il primo passo. Le cause più comuni dell’obesità lieve includono fattori genetici, abitudini alimentari poco salutari, sedentarietà e fattori psicologici che influenzano le scelte alimentari. La sfida più complessa comincia adesso: trasformare i principi scritti nella legge in percorsi assistenziali concretamente disponibili, uniformi sul territorio e accessibili indipendentemente dal reddito o dalla Regione di residenza.

Cosa prevede la legge 149 sull’obesità

La legge 149 contiene sei articoli e introduce una cornice nazionale dedicata alla prevenzione, alla diagnosi e alla cura dell’obesità.

Il primo elemento fondamentale è il riconoscimento della natura progressiva e recidivante della malattia. Significa prendere atto del fatto che l’obesità tende a evolvere nel tempo e che, anche dopo una perdita di peso, può ripresentarsi se il trattamento viene interrotto o se viene meno il supporto clinico.

Il secondo articolo afferma che, per assicurare equità e accesso alle cure, le persone con obesità devono poter usufruire delle prestazioni comprese nei Livelli essenziali di assistenza, cioè nei LEA garantiti dal Servizio sanitario nazionale.

La legge prevede inoltre un programma nazionale per la prevenzione e la cura dell’obesità, iniziative rivolte in particolare all’età infantile, formazione specifica per medici e personale sanitario, campagne informative e l’istituzione dell’Osservatorio per lo studio dell’obesità presso il Ministero della Salute.

Riconoscere la malattia non significa ancora garantire la cura

Il valore culturale della legge è indiscutibile. È importante anche riconoscere i diversi tipi di obesità, come quella ginoide, caratterizzata da un accumulo di grasso nelle cosce e nei fianchi, rispetto a quella androide, in cui il grasso si accumula principalmente nella zona addominale. Per la prima volta viene stabilito chiaramente che una persona obesa, come viene ancora frequentemente definita nel linguaggio comune, non è responsabile o colpevole della propria condizione.

In ambito sanitario è comunque preferibile parlare di persona con obesità, piuttosto che utilizzare espressioni come “paziente obeso” o “donna obesa”. Il linguaggio centrato sulla persona aiuta infatti a non identificare un individuo esclusivamente con la sua malattia e contribuisce a contrastare lo stigma.

Il riconoscimento formale dell’obesità non determina però automaticamente la disponibilità di nuovi servizi, la creazione di centri specialistici o la rimborsabilità di tutte le terapie.

Per trasformare il principio previsto dalla legge in un diritto concretamente esigibile occorre definire quali prestazioni debbano essere garantite, come debbano essere organizzate e attraverso quali strutture debbano essere erogate.

Il rischio è che una legge storica rimanga, almeno in parte, una dichiarazione di principio se non viene accompagnata da risorse, personale, organizzazione territoriale e tempi di attuazione definiti.

Un problema che riguarda milioni di italiani

L’urgenza di costruire un sistema assistenziale deriva anche dalle dimensioni del fenomeno.

Secondo la sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità, nel biennio 2023-2024 il 43% degli adulti italiani tra 18 e 69 anni risultava in eccesso ponderale: il 33% presentava sovrappeso e il 10% obesità.

L’obesità è associata a un aumento del rischio di diabete di tipo 2, ipertensione, malattie cardiovascolari, apnea ostruttiva del sonno, patologie articolari, steatosi epatica e alcune forme tumorali. Può inoltre compromettere la mobilità, la salute psicologica, la vita sociale e la capacità lavorativa.

Non si tratta quindi soltanto di ridurre il numero sulla bilancia.

Curare l’obesità significa prevenire o controllare numerose complicanze, ridurre il ricorso alle cure ospedaliere e migliorare la qualità e l’aspettativa di vita.

Che cosa significa davvero presa in carico

La presa in carico non coincide con una singola visita o con la consegna di una dieta prestampata.

Poiché l’obesità è una malattia complessa e multifattoriale, il trattamento deve essere personalizzato e può richiedere l’intervento coordinato del medico di famiglia, dello specialista, del dietista, dello psicologo, del professionista dell’attività motoria e, quando necessario, del chirurgo bariatrico.

Una vera presa in carico dovrebbe iniziare con una valutazione completa.

Oltre al peso e all’indice di massa corporea, è necessario considerare la distribuzione del tessuto adiposo, la storia del peso, i precedenti tentativi terapeutici, le abitudini alimentari, l’attività fisica, il sonno, i farmaci assunti e le condizioni psicologiche e sociali.

Non tutte le persone con obesità presentano la stessa situazione clinica.

Un uomo obeso con diabete, apnee notturne e una precedente malattia cardiovascolare ha necessità differenti rispetto a una persona più giovane senza complicanze.

Allo stesso modo, una donna obesa in età fertile può aver bisogno di un percorso che tenga conto della gravidanza, della fertilità e degli eventuali disturbi del comportamento alimentare.

Il trattamento deve quindi prevedere obiettivi realistici, controlli periodici e la possibilità di passare da una strategia all’altra in base alla risposta e alla gravità della malattia.

Servono percorsi omogenei in tutte le Regioni

Uno dei principali problemi del sistema italiano è la frammentazione dell’assistenza.

In alcune Regioni sono presenti centri multidisciplinari strutturati, mentre in altre la persona con obesità incontra maggiori difficoltà nel trovare un servizio dedicato.

Anche all’interno della stessa Regione possono esistere differenze tra territori, aziende sanitarie e ospedali.

Il risultato è che molte persone sono costrette a spostarsi per centinaia di chilometri, aspettare a lungo oppure rivolgersi al settore privato.

Chi non dispone di risorse economiche sufficienti rischia invece di rinunciare al trattamento o di ricevere soltanto interventi parziali.

Per superare queste differenze sono necessari Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali condivisi a livello nazionale e adattati dalle Regioni.

Un percorso strutturato dovrebbe chiarire chi formula la diagnosi, quando inviare il paziente a un centro specialistico, quali professionisti devono partecipare al trattamento e come scegliere tra intervento nutrizionale, psicologico, farmacologico e chirurgico.

Senza indicazioni chiare, la persona obesa rischia di muoversi da sola tra diversi specialisti, ricevendo raccomandazioni non coordinate o addirittura contrastanti.

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Il nodo dell’accesso ai farmaci

Negli ultimi anni sono diventati disponibili farmaci capaci di produrre riduzioni del peso clinicamente rilevanti e di migliorare alcune complicanze associate all’obesità.

Queste terapie non sostituiscono l’alimentazione equilibrata, l’attività fisica o il supporto psicologico, ma possono essere integrate in un percorso medico strutturato.

In Italia, tuttavia, l’accesso ai farmaci per l’obesità dipende ancora in larga parte dalla capacità economica del paziente. Alcuni medicinali, quando prescritti specificamente per il controllo del peso, rimangono a carico del cittadino, anche se gli stessi principi attivi possono essere rimborsati in presenza di precise indicazioni per il diabete di tipo 2.

Questa situazione crea un evidente problema di equità. Due persone con la stessa gravità clinica possono avere possibilità terapeutiche molto diverse in base al reddito.

La possibile rimborsabilità non significa offrire i farmaci a chiunque presenti qualche chilo in eccesso. Potrebbe essere introdotta progressivamente, definendo criteri di appropriatezza, priorità cliniche e sistemi di monitoraggio.

I primi destinatari potrebbero essere i pazienti con obesità grave, importanti complicanze metaboliche o cardiovascolari oppure un elevato rischio di progressione della malattia.

La chirurgia bariatrica resta parte del percorso

Anche la chirurgia metabolica e bariatrica deve essere considerata all’interno della presa in carico.

Per alcune persone con obesità grave o con complicanze importanti può rappresentare il trattamento più appropriato ed efficace. Non deve essere interpretata come una scorciatoia o come il fallimento del paziente, ma come una possibilità terapeutica basata su indicazioni cliniche precise.

Definire una persona semplicemente come “obesa” o “obeso” può far pensare che il peso sia una caratteristica immutabile dell’individuo. Al contrario, l’obesità è una patologia trattabile attraverso differenti strumenti, tra cui modifiche dello stile di vita, farmaci e chirurgia.

L’intervento richiede comunque una valutazione multidisciplinare, una preparazione adeguata e un monitoraggio a lungo termine. Dopo l’operazione sono necessari controlli nutrizionali, eventuali integrazioni di vitamine e minerali e un sostegno per mantenere i cambiamenti alimentari e comportamentali.

Il ruolo del medico di famiglia e del pediatra

Il medico di medicina generale e il pediatra di libera scelta hanno una funzione centrale nell’identificazione precoce dell’obesità e delle sue complicanze. Esistono anche programmi di supporto e gruppi di aiuto, come quelli offerti da associazioni locali e nazionali, che forniscono sostegno emotivo e pratico a chi desidera intraprendere un percorso di perdita di peso.

Molte persone arrivano ai centri specialistici soltanto quando la malattia è già avanzata. Un intervento più tempestivo può evitare anni di tentativi inefficaci, diete ripetute, perdita e recupero del peso e progressione delle condizioni associate.

Per svolgere questo ruolo servono strumenti semplici, formazione e collegamenti diretti con i servizi territoriali. Il medico di famiglia non dovrebbe essere lasciato solo nella gestione di una patologia complessa, ma inserito in una rete che permetta di richiedere rapidamente consulenze nutrizionali, psicologiche e specialistiche.

Prevenzione e cura devono procedere insieme

Una parte significativa della legge è dedicata alla prevenzione, in particolare nell’infanzia, attraverso l’educazione alimentare, la promozione dell’attività fisica, il contrasto alla sedentarietà e il coinvolgimento di scuole, famiglie, farmacie e reti territoriali.

Sono interventi essenziali, ma la prevenzione non può sostituire la cura di chi vive già con l’obesità.

Concentrarsi esclusivamente sugli stili di vita rischia di riproporre l’idea secondo cui la persona dovrebbe riuscire a risolvere il problema da sola. Al contrario, prevenzione, diagnosi precoce e trattamento devono essere parti dello stesso sistema.

Occorre inoltre intervenire sull’ambiente: disponibilità e prezzo degli alimenti, spazi per il movimento, organizzazione scolastica, condizioni lavorative, pubblicità rivolta ai bambini e disuguaglianze economiche.

Contrastare lo stigma è parte della terapia

Il riconoscimento dell’obesità come malattia ha anche un’importante funzione culturale.

Le persone con obesità sono spesso esposte a giudizi, discriminazioni e commenti offensivi, talvolta anche negli ambienti sanitari. Espressioni come “è obeso perché mangia troppo” o “è obesa perché non ha forza di volontà” semplificano una condizione influenzata da fattori biologici, genetici, psicologici, sociali e ambientali.

Lo stigma può provocare ansia, depressione, isolamento sociale e ritardo nella richiesta di aiuto. Può inoltre spingere verso diete estreme, prodotti non controllati o trattamenti acquistati online senza una corretta supervisione medica.

Garantire l’accesso alle cure significa anche accogliere la persona senza colpevolizzarla, utilizzare un linguaggio rispettoso e riconoscere che il peso corporeo non dipende esclusivamente dalle decisioni individuali.

Dalla legge a un diritto concretamente esigibile

La legge 149 ha modificato il punto di partenza: l’obesità è una malattia che deve essere prevenuta, diagnosticata e curata. Ora occorre costruire tutto ciò che rende possibile questo principio nella vita reale.

Servono l’attivazione dell’Osservatorio, percorsi nazionali condivisi, centri multidisciplinari, formazione degli operatori, criteri di accesso trasparenti, monitoraggio degli esiti e risorse adeguate.

È inoltre necessario affrontare il tema della rimborsabilità delle terapie, individuando modelli sostenibili che diano priorità ai pazienti con maggiore bisogno clinico e che non trasformino l’innovazione terapeutica in un privilegio riservato a chi può permettersela.

Il successo della legge non sarà misurato soltanto dal numero di campagne informative realizzate, ma dalla possibilità concreta per una persona con obesità di rivolgersi al Servizio sanitario nazionale, ricevere una valutazione completa e accedere al trattamento più appropriato senza essere giudicata, abbandonata o costretta a pagare interamente di tasca propria.

La legge c’è. La vera sfida è fare in modo che il diritto alla cura dell’obesità diventi uguale per tutti.

Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgative e non sostituiscono la valutazione del medico. La diagnosi e il trattamento dell’obesità devono essere personalizzati sulla base delle condizioni cliniche e delle esigenze della singola persona.

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