L’obesità può aumentare di oltre il 60% il rischio di sviluppare una malattia cardiovascolare
Pressione alta, infarto, ictus, scompenso cardiaco e aritmie sono più frequenti nelle persone con obesità. Il rischio può essere ridotto intervenendo precocemente.
L’obesità non riguarda soltanto il peso, l’aspetto fisico o la difficoltà a trovare abiti della propria taglia. È una malattia cronica che coinvolge numerosi organi e può avere conseguenze importanti anche sul cuore e sui vasi sanguigni.
Secondo un’ampia ricerca, una persona con obesità può presentare un rischio di sviluppare una malattia cardiovascolare superiore di oltre il 60% rispetto a una persona con un indice di massa corporea considerato nella norma.
La percentuale non è identica per tutti: cambia in base all’età, al sesso, alla distribuzione del grasso corporeo e alla presenza di diabete, ipertensione, colesterolo alto o altre patologie.
Il messaggio principale, però, è chiaro: l’obesità non è soltanto associata alle malattie cardiovascolari, ma può contribuire direttamente al loro sviluppo.
Obeso e rischio cardiovascolare: da dove arriva il 60%?
Uno studio pubblicato su JAMA Cardiology ha analizzato i dati di oltre 190.000 persone provenienti da dieci grandi studi prospettici statunitensi, con più di 3 milioni di anni-persona di osservazione.
Tra gli adulti di età compresa tra 40 e 59 anni, l’obesità era associata, rispetto al normopeso, a un aumento del rischio di un primo evento cardiovascolare pari al:
- 67% negli uomini;
- 85% nelle donne.
Nelle persone con obesità grave il rischio risultava ancora più elevato: più che triplicato negli uomini e più che raddoppiato nelle donne.
Tra le diverse patologie considerate, l’associazione più forte è stata osservata per lo scompenso cardiaco.
Parlare di un aumento “del 60%” rappresenta quindi una semplificazione divulgativa.
I dati mostrano che il rischio può aumentare di circa il 60% o anche molto di più, a seconda delle caratteristiche della persona e della gravità dell’obesità.
Che cosa significa per una persona obesa un rischio maggiore?
Un aumento del 60% è un incremento del rischio relativo, non significa che il 60% di tutte le persone con obesità avrà necessariamente un infarto o un’altra malattia cardiaca.
Facciamo un esempio semplificato. Se, in un determinato periodo, 10 persone ogni 100 sviluppassero una malattia cardiovascolare, un aumento relativo del rischio del 60% porterebbe il numero stimato a circa 16 persone ogni 100.
Il rischio assoluto della singola persona dipende anche da molti altri elementi:
- età;
- sesso;
- pressione arteriosa;
- livelli di colesterolo;
- presenza di diabete;
- abitudine al fumo;
- familiarità per malattie cardiovascolari;
- attività fisica;
- distribuzione del grasso addominale;
- durata dell’obesità.
Essere obeso o obesa, quindi, non significa essere destinati a sviluppare una malattia cardiaca. Significa però avere una probabilità maggiore, soprattutto quando sono presenti altri fattori di rischio.
Sovrappeso e obesità mettono il cuore sotto pressione
Il cuore di una persona con obesità deve pompare sangue in un organismo di maggiori dimensioni.
Per soddisfare le necessità dei tessuti, può aumentare la quantità di sangue circolante e il lavoro richiesto al muscolo cardiaco.
Nel tempo, questo sovraccarico può favorire modificazioni della struttura del cuore, come l’aumento dello spessore delle pareti cardiache e la dilatazione di alcune cavità.
Il cuore può diventare progressivamente meno efficiente nel riempirsi e nel pompare il sangue.
L’obesità è infatti collegata sia alle malattie dovute all’aterosclerosi, come infarto e ictus, sia a condizioni non direttamente aterosclerotiche, tra cui scompenso cardiaco, fibrillazione atriale, tromboembolia e morte cardiaca improvvisa.
Il documento di consenso della Società Europea di Cardiologia sottolinea che circa due terzi dei decessi attribuibili a un BMI elevato sono dovuti a malattie cardiovascolari.
Essere obeso modifica il funzionamento del tessuto adiposo
Per molto tempo il tessuto adiposo è stato considerato soltanto una riserva nella quale l’organismo accumula l’energia in eccesso.
Oggi sappiamo che si tratta di un organo metabolicamente attivo, capace di produrre ormoni, molecole infiammatorie e altre sostanze che possono influenzare il cuore, i vasi sanguigni e il metabolismo.
Quando il tessuto adiposo aumenta eccessivamente, soprattutto a livello addominale e intorno agli organi interni, può favorire:
- infiammazione cronica di basso grado;
- insulino-resistenza;
- aumento della glicemia;
- alterazioni del colesterolo e dei trigliceridi;
- incremento della pressione arteriosa;
- maggiore tendenza alla coagulazione;
- danno della parete dei vasi sanguigni;
- accumulo di grasso intorno al cuore e in altri organi.
Questi meccanismi possono agire contemporaneamente e, nel corso degli anni, aumentare la probabilità che si sviluppino aterosclerosi e patologie cardiache.
Pressione, colesterolo e glicemia spiegano solo una parte del rischio
Una parte significativa del rischio cardiovascolare associato all’obesità passa attraverso tre condizioni molto comuni: ipertensione, alterazioni del colesterolo e glicemia elevata.
Un’analisi condotta su 97 studi prospettici e circa 1,8 milioni di partecipanti ha valutato quanto questi fattori metabolici contribuiscano al rischio di malattia coronarica e ictus associato a un BMI elevato.
Lo studio pubblicato su The Lancet ha mostrato che pressione, colesterolo e glicemia spiegano una parte importante dell’aumento del rischio, ma non tutto.
Ciò significa che controllare bene l’ipertensione, il diabete e il colesterolo è fondamentale, ma non sempre elimina completamente il rischio associato all’eccesso di tessuto adiposo.
Perché una persona obesa rischia lo scompenso cardiaco
Lo scompenso cardiaco si verifica quando il cuore non riesce più a pompare o a ricevere il sangue in modo adeguato alle necessità dell’organismo.
Può manifestarsi con:
- affanno durante gli sforzi;
- difficoltà respiratoria quando ci si sdraia;
- gonfiore alle gambe e alle caviglie;
- stanchezza persistente;
- riduzione della capacità di camminare o salire le scale;
- rapido aumento di peso dovuto alla ritenzione di liquidi.
Nello studio pubblicato su JAMA Cardiology, gli uomini di mezza età con obesità presentavano un rischio di scompenso cardiaco quasi doppio rispetto agli uomini normopeso.
Nelle donne con obesità il rischio risultava più che raddoppiato. Con l’obesità grave, l’incremento era ancora maggiore.
Una forma particolarmente associata all’obesità è lo scompenso cardiaco con frazione di eiezione preservata, nel quale il cuore mantiene apparentemente una buona capacità di contrazione, ma presenta difficoltà a rilassarsi e a riempirsi correttamente.
Anche la fibrillazione atriale è più frequente
L’obesità può aumentare anche la probabilità di sviluppare fibrillazione atriale, un’aritmia nella quale il battito diventa irregolare e spesso accelerato.
L’aumento delle dimensioni degli atri, l’ipertensione, l’infiammazione, il grasso depositato intorno al cuore e le apnee ostruttive del sonno possono contribuire alla comparsa dell’aritmia.
La fibrillazione atriale non provoca sempre sintomi evidenti. Alcune persone avvertono palpitazioni, affanno, debolezza o dolore al petto, mentre altre scoprono l’aritmia durante un controllo occasionale.
La condizione deve essere riconosciuta e trattata perché può aumentare il rischio di ictus e scompenso cardiaco.
Il grasso addominale conta più del peso da solo
L’indice di massa corporea, o BMI, viene calcolato dividendo il peso espresso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza in metri. È utile per classificare il peso nella popolazione, ma non descrive perfettamente la composizione corporea e non indica dove sia localizzato il grasso.
Due persone con lo stesso BMI possono presentare rischi molto diversi. In particolare, l’accumulo di grasso viscerale nell’addome è generalmente più dannoso rispetto al grasso localizzato prevalentemente sotto la pelle.
Per questo, nella valutazione del rischio cardiovascolare può essere utile considerare anche:
- circonferenza della vita;
- rapporto tra vita e altezza;
- pressione arteriosa;
- glicemia ed emoglobina glicata;
- colesterolo LDL e trigliceridi;
- funzionalità renale;
- presenza di fegato grasso;
- qualità del sonno e possibili apnee notturne.
Il BMI non deve quindi essere utilizzato come unico indicatore della salute del cuore.
Esiste davvero l’obesità metabolicamente sana?
Alcune persone con obesità presentano, almeno inizialmente, pressione, glicemia e colesterolo apparentemente nella norma. Questa situazione viene talvolta definita “obesità metabolicamente sana”.
L’espressione, però, può essere fuorviante. L’assenza momentanea di anomalie negli esami non significa che il rischio futuro sia uguale a quello di una persona senza eccesso di tessuto adiposo.
Con il passare degli anni possono comparire ipertensione, diabete, apnee del sonno, alterazioni lipidiche o problemi cardiaci. Inoltre, l’obesità può esercitare effetti diretti sulla struttura e sulla funzione del cuore indipendentemente dai tradizionali fattori di rischio cardiovascolare.
Perdere peso può proteggere il cuore?
La riduzione del peso può migliorare molti fattori collegati al rischio cardiovascolare, tra cui:
- pressione arteriosa;
- glicemia;
- insulino-resistenza;
- trigliceridi;
- apnee ostruttive del sonno;
- capacità di movimento;
- infiammazione;
- qualità della vita.
Anche una perdita di peso moderata può produrre benefici metabolici. Il trattamento, però, deve essere personalizzato e può comprendere alimentazione, attività fisica, sostegno psicologico, farmaci anti-obesità e, in alcuni casi, chirurgia metabolica e bariatrica.
Lo studio SELECT ha fornito una dimostrazione importante: in persone con sovrappeso o obesità, malattia cardiovascolare già presente e assenza di diabete, il trattamento con semaglutide 2,4 mg ha ridotto del 20% il rischio relativo di morte cardiovascolare, infarto non fatale o ictus non fatale rispetto al placebo.
Il risultato è stato pubblicato sul New England Journal of Medicine.
Il dato riguarda una popolazione precisa ad alto rischio e non significa che il farmaco sia indicato per tutte le persone con obesità.
La decisione terapeutica deve sempre essere presa insieme al medico.
Proteggere il cuore significa curare la persona obesa
Ridurre il rischio cardiovascolare non significa concentrarsi esclusivamente sul numero indicato dalla bilancia.
È necessario considerare la salute complessiva della persona e intervenire su tutti i fattori modificabili.
È importante:
- controllare periodicamente la pressione;
- misurare glicemia, colesterolo e trigliceridi;
- evitare il fumo;
- svolgere attività fisica adeguata alle proprie condizioni;
- curare eventuali apnee del sonno;
- seguire un’alimentazione equilibrata;
- assumere correttamente i farmaci prescritti;
- affrontare l’obesità con un percorso medico continuativo.
Una persona obesa non dovrebbe essere semplicemente invitata a “mangiare meno”.
Allo stesso modo, una donna obesa non dovrebbe essere giudicata o colpevolizzata per il proprio peso. È preferibile parlare di persona con obesità, mettendo l’individuo prima della malattia.
L’obesità e il cuore: prevenire è possibile
L’obesità può aumentare di oltre il 60% il rischio di sviluppare una malattia cardiovascolare e, nelle forme più gravi, il rischio può essere due o tre volte superiore. Infarto, ictus, scompenso cardiaco e aritmie non sono però conseguenze inevitabili.
Riconoscere precocemente i fattori di rischio, trattare la pressione, il diabete e il colesterolo e intraprendere una terapia efficace per l’obesità può proteggere il cuore e migliorare la qualità e l’aspettativa di vita.
L’obesità non è una colpa né una semplice questione estetica.
È una malattia cronica che deve essere affrontata con rispetto, competenza medica e trattamenti fondati sulle evidenze scientifiche.
Diagnosi dell’obesità
La diagnosi dell’obesità è effettuata principalmente attraverso l’uso dell’Indice di Massa Corporea (BMI), calcolato dividendo il peso (in kg) per il quadrato dell’altezza (in metri). Tuttavia, il BMI non è l’unico indicatore. È importante considerare anche:
- Circonferenza della vita: Un aumento della circonferenza addominale può indicare un rischio maggiore di malattie metaboliche.
- Analisi del grasso corporeo: Tecniche come la bioimpedenziometria possono fornire informazioni più dettagliate sulla composizione corporea.
- Valutazione clinica: Un esame medico completo deve includere una valutazione della storia clinica e dei fattori di rischio associati.
Cause dell’obesità di tipo ginoide
L’obesità di tipo ginoide, caratterizzata da accumulo di grasso principalmente nella zona dei fianchi e delle cosce, è influenzata da vari fattori. Tra le cause più comuni troviamo:
- Genetica: La predisposizione genetica gioca un ruolo significativo, influenzando la distribuzione del grasso corporeo.
- Ormoni: Gli ormoni sessuali, in particolare gli estrogeni, possono contribuire all’accumulo di grasso nelle donne.
- Stile di vita: Una dieta ricca di grassi e zuccheri, insieme a una bassa attività fisica, favorisce l’accumulo di grasso.
- Stress: L’ansia e lo stress possono portare a comportamenti alimentari disordinati, contribuendo all’obesità.
Malattie associate all’obesità
L’obesità è un fattore di rischio per numerose malattie, tra cui:
- Diabete di tipo 2: L’obesità aumenta la resistenza all’insulina, contribuendo allo sviluppo del diabete.
- Malattie cardiovascolari: L’obesità è associata a ipertensione, infarto e ictus.
- Apnee notturne: L’accumulo di grasso intorno al collo può ostacolare la respirazione durante il sonno.
- Artrite: L’eccesso di peso esercita pressione sulle articolazioni, aumentando il rischio di artrite.
Strategie di prevenzione dell’obesità
La prevenzione dell’obesità richiede un approccio multifattoriale che includa:
- Alimentazione sana: Promuovere una dieta equilibrata, ricca di frutta, verdura e cereali integrali.
- Attività fisica regolare: Raccomandare almeno 150 minuti di attività moderata ogni settimana.
- Educazione e consapevolezza: Informare le persone sui rischi associati all’obesità e sulle scelte salutari.
- Supporto psicologico: Offrire supporto per affrontare i comportamenti alimentari disfunzionali e lo stress.
Definizione e significato clinico dell’obesità
L’obesità è definita come un eccessivo accumulo di grasso corporeo che può compromettere la salute. Clinicamente, viene diagnosticata utilizzando il BMI, con valori superiori a 30 che indicano obesità.
Il significato clinico dell’obesità è profondo, poiché è associata a un aumento del rischio di malattie croniche, riduzione della qualità della vita e una maggiore mortalità.
È fondamentale affrontare l’obesità come una malattia cronica, richiedendo interventi personalizzati per la gestione e la prevenzione.
L’obesità non deriva quasi mai da una sola causa.
Si sviluppa generalmente attraverso l’interazione tra predisposizione genetica, regolazione biologica dell’appetito, ambiente, abitudini quotidiane, condizioni sociali e stato di salute.
Alla base dell’aumento di peso vi è un accumulo di energia nel tempo, ma ridurre tutto alla semplice formula “si mangia troppo e ci si muove poco” è fuorviante.
Fame, sazietà, consumo energetico e tendenza a recuperare i chili persi sono regolati da complessi meccanismi ormonali e cerebrali sui quali la volontà personale ha un controllo soltanto parziale.
L’ Organizzazione Mondiale della Sanità descrive infatti l’obesità come una malattia cronica multifattoriale, determinata dall’interazione tra fattori genetici, psicosociali e ambienti che favoriscono l’aumento di peso.
Una persona non diventa obesa o in sovrappeso semplicemente perché manca di volontà: il peso corporeo è il risultato di numerosi fattori biologici e ambientali.
Predisposizione genetica e familiarità
I geni possono influenzare l’intensità della fame, la velocità con cui compare la sazietà, la preferenza per alcuni alimenti, il dispendio energetico e la distribuzione del grasso corporeo.
Avere genitori o familiari con obesità non significa essere inevitabilmente destinati a diventare obesi, ma può indicare una maggiore predisposizione.
Nella maggior parte dei casi non esiste un solo “gene dell’obesità”: sono coinvolte numerose varianti genetiche, ciascuna con un effetto limitato.
Una revisione pubblicata sul New England Journal of Medicine evidenzia come la vulnerabilità genetica interagisca con la disponibilità di cibi molto calorici, la sedentarietà, il sonno insufficiente e altri elementi della vita moderna.
Alimentazione e ambiente obesogeno
Un’alimentazione caratterizzata frequentemente da prodotti ad alta densità calorica, bevande zuccherate, grandi porzioni e alimenti molto lavorati può facilitare l’assunzione di più energia rispetto a quella consumata.
Anche l’ambiente nel quale si vive ha un ruolo importante. Il rischio può aumentare quando:
- gli alimenti salutari sono poco accessibili o costosi;
- il cibo molto calorico è disponibile in ogni momento;
- mancano spazi sicuri per camminare o praticare attività fisica;
- il lavoro comporta molte ore trascorse seduti;
- gli orari lavorativi rendono difficile organizzare pasti regolari;
- la pubblicità incoraggia il consumo continuo di cibi e bevande.
Il National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases sottolinea che peso e salute sono influenzati non soltanto dalle scelte individuali, ma anche dalla famiglia, dal lavoro, dal quartiere e dalla possibilità economica di acquistare alimenti salutari.
Sedentarietà e ridotto dispendio energetico
La mancanza di movimento può contribuire all’aumento di peso, ma non riguarda soltanto l’assenza di attività sportiva. Contano anche le ore trascorse seduti, gli spostamenti in automobile, il lavoro davanti a uno schermo e la riduzione dei normali movimenti quotidiani.
L’attività fisica aiuta a consumare energia, preservare la massa muscolare, migliorare la sensibilità all’insulina e proteggere il sistema cardiovascolare.
Tuttavia, una persona obesa o in sovrappeso può incontrare ostacoli al movimento, come dolore articolare, affanno, stanchezza o disagio legato allo stigma.
Sonno insufficiente e alterazione dei ritmi biologici
Dormire poco o male può modificare i sistemi che regolano fame, sazietà e metabolismo. La privazione di sonno può aumentare il desiderio di alimenti calorici, ridurre l’energia disponibile per il movimento e alterare i ritmi con cui l’organismo utilizza e immagazzina i nutrienti.
Anche il lavoro notturno, gli orari irregolari e le apnee ostruttive del sonno possono contribuire al problema.
Obesità e disturbi del sonno possono inoltre alimentarsi reciprocamente: l’aumento di peso favorisce le apnee e il sonno disturbato può rendere più difficile controllare il peso.
Stress, salute psicologica e comportamento alimentare
Lo stress cronico può influire sul peso attraverso meccanismi ormonali e comportamentali. Alcune persone, nei periodi di maggiore tensione, tendono a mangiare più frequentemente o a scegliere cibi particolarmente gratificanti e calorici.
Ansia, depressione, esperienze traumatiche e difficoltà sociali non causano automaticamente obesità, ma possono interferire con il sonno, il movimento, la pianificazione dei pasti e la capacità di seguire un percorso terapeutico.
Il cibo può diventare uno strumento per gestire emozioni negative. Questo comportamento non dovrebbe essere colpevolizzato, ma riconosciuto e affrontato con un supporto adeguato.
Farmaci che possono favorire l’aumento di peso
Alcuni medicinali possono aumentare l’appetito, modificare il metabolismo o favorire la ritenzione di liquidi. Tra quelli che possono contribuire all’aumento di peso vi sono:
- alcuni corticosteroidi;
- determinati antipsicotici;
- alcuni antidepressivi;
- alcuni farmaci antiepilettici;
- insulina e alcuni medicinali utilizzati per il diabete;
- alcuni trattamenti ormonali.
L’effetto varia notevolmente da persona a persona. I farmaci non devono mai essere sospesi autonomamente: il medico può valutare il rapporto tra benefici e rischi ed eventualmente considerare alternative con un minore impatto sul peso.
Malattie e alterazioni ormonali
Alcune condizioni mediche possono favorire un aumento del peso o rendere più difficile dimagrire. Tra queste possono rientrare:
- ipotiroidismo;
- sindrome di Cushing;
- sindrome dell’ovaio policistico;
- alterazioni dell’ipotalamo;
- disabilità o malattie che limitano il movimento;
- rare forme genetiche o sindromiche di obesità.
Queste condizioni spiegano soltanto una parte dei casi. Per questo non è corretto presumere che ogni donna obesa abbia necessariamente un problema ormonale o che ogni uomo obeso presenti un metabolismo patologicamente lento.
Una valutazione medica permette di riconoscere eventuali cause secondarie e di evitare esami o trattamenti non necessari.
Età e fasi della vita
Il rischio di diventare obeso, obesa o in sovrappeso può cambiare durante la vita. La riduzione della massa muscolare con l’età diminuisce il consumo energetico, mentre gravidanza, menopausa, sospensione del fumo, periodi di immobilità o importanti cambiamenti lavorativi possono favorire l’aumento di peso.
Anche l’infanzia è una fase decisiva: alimentazione, sonno, attività fisica, ambiente familiare e condizioni socioeconomiche possono influenzare il rischio futuro. Un bambino con obesità ha maggiori probabilità di convivere con la malattia anche in età adulta, soprattutto in assenza di un intervento precoce.
I principali fattori di rischio dell’obesità
Il rischio di sviluppare obesità può essere maggiore in presenza di:
- familiarità e predisposizione genetica;
- alimentazione molto calorica e poco saziante;
- consumo frequente di bevande zuccherate;
- sedentarietà;
- sonno insufficiente o irregolare;
- stress cronico;
- alcuni farmaci;
- condizioni mediche che limitano il movimento;
- gravidanza, menopausa e invecchiamento;
- difficoltà economiche e ridotto accesso a cibi salutari;
- precedenti tentativi ripetuti di dimagrimento con recupero del peso;
- obesità comparsa durante l’infanzia.
Questi fattori non agiscono isolatamente. Spesso si sovrappongono e si rafforzano a vicenda, rendendo necessario un trattamento personalizzato anziché una semplice dieta uguale per tutti.
Riconoscere le cause e i fattori di rischio dell’obesità consente di intervenire in modo più efficace anche sulla salute cardiovascolare.
Curare la persona obesa o in sovrappeso significa infatti trattare non soltanto il peso, ma anche i meccanismi e le condizioni che ne





