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Obesità infantile in Italia e dieta delle “cinque P”: cosa c’è dietro l’allarme della BBC

L’inchiesta della BB riporta l’attenzione su una contraddizione reale: vivere nel Paese della dieta mediterranea non significa necessariamente seguirla.

Obesità infantile in Italia un problema serio da affrontare

L’Italia è considerata nel mondo la patria della dieta mediterranea. Eppure, proprio nel nostro Paese, il sovrappeso e l’obesità continuano a interessare una quota molto elevata di bambini.

Questo apparente paradosso è al centro di un’inchiesta pubblicata dalla BBC il 25 luglio 2026, ripresa ampiamente dai media italiani. Nel servizio, il professor Valter Longo sostiene che la dieta mediterranea tradizionale sarebbe stata in gran parte abbandonata e che solo una minoranza degli italiani la seguirebbe realmente.

Al suo posto si sarebbe affermata quella che Longo definisce provocatoriamente la dieta delle “cinque P”: pizza, pasta, patate, proteine e pane.

Un’alimentazione ricca di alimenti amidacei e prodotti molto calorici, ma spesso povera di verdure, legumi e altri elementi fondamentali del modello mediterraneo.

Ma pizza, pasta e pane sono davvero responsabili dell’obesità infantile?.

La risposta è più complessa. Nessun singolo alimento può spiegare, da solo, l’aumento di peso di un bambino. Il problema riguarda piuttosto l’insieme delle abitudini alimentari, le porzioni, la qualità dei prodotti, il movimento, il sonno e il contesto sociale nel quale le famiglie vivono.

Cosa ha detto la BBC

L’inchiesta della BBC parte da un contrasto evidente: mentre la dieta mediterranea viene celebrata a livello internazionale come uno dei modelli alimentari più salutari, molti bambini italiani seguono abitudini molto lontane da quelle tradizionali.

Il servizio si concentra in particolare su alcune aree della Campania e della periferia di Napoli, dove l’offerta alimentare rivolta ai più giovani comprende frequentemente pizza con patatine, würstel, formaggi, maionese, snack fritti, prodotti da forno farciti e bevande zuccherate.

Secondo Valter Longo, il problema non sarebbe la pasta o il pane in quanto tali, ma il consumo frequente e abbondante di diversi alimenti ricchi di amido nello stesso pasto, spesso associati a grassi animali, carni lavorate e condimenti calorici. Parallelamente, verrebbero trascurati gli alimenti che caratterizzano davvero la dieta mediterranea, come legumi, ortaggi, frutta, cereali meno raffinati, pesce e frutta a guscio.

La formula delle “cinque P” è quindi una sintesi provocatoria, utile a richiamare l’attenzione, ma non rappresenta una classificazione nutrizionale ufficiale.

Il suo significato è soprattutto culturale: molte famiglie possono ritenere di seguire una dieta mediterranea semplicemente perché consumano pasta, pane e pizza, anche quando il modello alimentare complessivo è molto distante da quello originale.

Come riconoscere se il mio bambino ha un problema di obesità?.

Aspetti psicologici legati all’obesità nei bambini Riconoscere l’obesità infantile non sempre è semplice. È utile monitorare il peso e l’altezza del bambino e confrontarli con le curve di crescita standard.

Tuttavia, è fondamentale anche considerare gli aspetti psicologici legati a questa condizione.

I bambini obesi possono sperimentare ansia, depressione e bassa autostima, che possono influenzare negativamente il loro sviluppo sociale e relazionale.

Quali segnali psicologici indicano un problema di obesità infantile?.

Se il bambino presenta un eccesso di peso significativo rispetto ai coetanei, è importante consultare un pediatra.

Tuttavia, ci sono anche segnali psicologici da tenere in considerazione.

Se un bambino mostra segni di isolamento sociale, ansia riguardo al cibo o al proprio aspetto, o se evita attività fisiche per paura del giudizio, questi possono essere indicatori di un problema di obesità infantile che richiede attenzione.

Segni come affaticamento durante le attività quotidiane o difficoltà a partecipare a giochi attivi possono essere indicatori di un problema di peso.

I numeri confermano che il problema è serio.

Secondo la sorveglianza nazionale OKkio alla SALUTE, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, nel 2023 il 19% dei bambini della terza classe della scuola primaria era in sovrappeso e il 9,8% presentava obesità, includendo un 2,6% con obesità grave. Nel complesso, quindi, quasi tre bambini su dieci avevano un eccesso ponderale.

L’Italia continua inoltre a collocarsi, insieme ad altri Paesi dell’area mediterranea, tra le nazioni europee con le percentuali più elevate di eccesso di peso durante l’infanzia.

I dati Istat riferiti al biennio 2024-2025 ampliano la prospettiva alle diverse fasce d’età: tra i bambini e i ragazzi dai 3 ai 17 anni, il 26% risulta in eccesso di peso, pari a circa due milioni di minori. La percentuale raggiunge il 32,3% nella fascia tra 3 e 10 anni e diminuisce progressivamente nell’adolescenza.

Il fenomeno presenta però profonde differenze territoriali e sociali. Le percentuali più elevate si osservano nel Mezzogiorno e nelle famiglie che si trovano in condizioni socioeconomiche più svantaggiate.

Il caso della Campania

La Campania è una delle regioni nelle quali il problema raggiunge le dimensioni maggiori.

Nel 2023, secondo OKkio alla SALUTE, il 24,6% dei bambini campani era in sovrappeso, il 12,6% presentava obesità e il 6% obesità grave. Complessivamente, oltre quattro bambini su dieci avevano quindi un peso superiore ai valori considerati salutari per età e sesso.

Nella stessa rilevazione, il 19,5% dei bambini campani non consumava la prima colazione e il 31,3% faceva una colazione considerata inadeguata. Solo l’11,3% mangiava frutta due o tre volte al giorno e appena il 6,5% consumava verdura con questa frequenza.

Anche il movimento rappresenta un elemento critico. Quasi un bambino campano su quattro non aveva svolto alcuna attività fisica il giorno precedente l’indagine. Nei giorni di scuola, il 47,3% trascorreva dalle tre alle quattro ore davanti a televisione, videogiochi, tablet o telefono, mentre il 12,8% arrivava ad almeno cinque ore.

Questi dati mostrano perché sia riduttivo attribuire il fenomeno solamente alla pizza o alla pasta. Alimentazione, inattività fisica, tempo trascorso davanti agli schermi e condizioni sociali si sommano e si influenzano reciprocamente.

È corretto parlare di un “boom”?

Il termine “boom”, utilizzato in numerosi titoli, deve essere interpretato con cautela.

I dati nazionali dell’Istituto Superiore di Sanità non mostrano un aumento continuo dell’obesità infantile negli ultimi quindici anni. Dal 2008-2009 al 2023, la quota di bambini in sovrappeso è diminuita dal 23,2% al 19%, mentre quella dei bambini con obesità è passata dal 12% al 9,8%.

Dal 2014, tuttavia, il miglioramento si è sostanzialmente arrestato: la prevalenza dell’obesità è entrata in una fase di plateau, con oscillazioni limitate e non statisticamente significative.

Più che di un’esplosione improvvisa, sarebbe quindi corretto parlare di un problema persistente, molto diffuso e caratterizzato da forti disuguaglianze territoriali.

La situazione rimane particolarmente preoccupante perché le percentuali italiane sono elevate rispetto a quelle di molti altri Paesi europei e perché il fenomeno inizia già nei primi anni di vita.

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 Pasta, pane e pizza fanno ingrassare?

Pasta, pane e pizza non causano automaticamente obesità. Possono far parte di un’alimentazione equilibrata, purché inseriti nelle quantità adeguate e all’interno di pasti completi.

La pasta con legumi e verdure, per esempio, è molto diversa dal punto di vista nutrizionale da una grande porzione di pasta seguita da pane, patate fritte, carne lavorata, dolce e bevanda zuccherata.

Allo stesso modo, una pizza semplice consumata occasionalmente non equivale a una pizza molto grande con patatine, würstel, formaggio aggiuntivo, salse e bibite.

A fare la differenza sono:

  • la dimensione delle porzioni;
  • la frequenza di consumo;
  • il grado di raffinazione e trasformazione degli alimenti;
  • i condimenti e le farciture;
  • la presenza o meno di verdura, frutta e legumi;
  • l’equilibrio complessivo della giornata;
  • il livello di attività fisica del bambino.

Le linee guida italiane per una sana alimentazione non prevedono l’eliminazione di pane, pasta o altri cereali.

Al contrario, raccomandano varietà, porzioni proporzionate, consumo di cereali anche integrali e una maggiore presenza di legumi, ortaggi e frutta.

Il problema nasce quando gli alimenti amidacei occupano quasi tutto il pasto e diventano veicolo di grandi quantità di grassi, sale e calorie, mentre gli alimenti vegetali vengono consumati raramente.

Quali alimenti sono migliori per un bambino sovrappeso?

La dieta mediterranea tradizionale è ricca di alimenti sani e nutrienti. È importante includere nella dieta dei bambini verdure fresche, legumi, cereali integrali e frutta.

Limitare gli alimenti ad alto contenuto di zuccheri e grassi saturi, come snack e bevande zuccherate, è fondamentale. Proporre porzioni adeguate e variare i pasti può aiutare a mantenere l’interesse e garantire una nutrizione equilibrata.

La dieta mediterranea tradizionale è spesso rappresentata in modo semplificato. Non coincide con il consumo quotidiano di grandi piatti di pasta, pizza e pane bianco.

Il modello originario comprende soprattutto:

  • verdure e frutta di stagione;
  • legumi;
  • cereali, preferibilmente poco raffinati;
  • olio extravergine di oliva;
  • frutta a guscio;
  • pesce;
  • consumo moderato di latticini;
  • quantità limitate di carne rossa, salumi, dolci e prodotti molto lavorati.

Comprende inoltre uno stile di vita nel quale il cibo viene consumato in compagnia, le porzioni sono moderate e il movimento fa parte della quotidianità.

È proprio questa combinazione a essersi progressivamente indebolita.

Alcuni alimenti simbolo della cucina italiana sono rimasti, ma sono cambiate le porzioni, le modalità di preparazione e gli abbinamenti. Sono inoltre aumentati snack, bevande zuccherate, prodotti pronti e occasioni di consumo fuori pasto.

Nel 2023, il 37% dei bambini italiani consumava legumi meno di una volta alla settimana.

Più della metà mangiava snack dolci per oltre tre giorni alla settimana e il 12,1% consumava con la stessa frequenza snack salati. Un bambino su quattro non assumeva quotidianamente frutta o verdura.

Sono questi dati, più del consumo di un singolo alimento, a mostrare quanto le abitudini dei bambini possano essersi allontanate dal vero modello mediterraneo.

Come posso aiutare mio figlio a perdere peso in modo sicuro? e come posso aiutare un bambino a superare l’insicurezza legata al suo peso?.

L’obesità è una condizione complessa e non può essere spiegata come il risultato di pigrizia, mancanza di disciplina o errori dei genitori.

Per aiutare un bambino a superare l’insicurezza legata al suo peso, è importante promuovere un ambiente familiare positivo e di sostegno.

Incoraggiare conversazioni aperte sui sentimenti, evitare commenti negativi sul peso e concentrarsi su obiettivi di salute piuttosto che sull’aspetto fisico può fare una grande differenza. È fondamentale adottare un approccio graduale e sostenibile. Iniziare con piccoli cambiamenti nelle abitudini alimentari e incoraggiare attività fisica regolare può fare una grande differenza. È importante coinvolgere l’intera famiglia in questo processo, creando un ambiente di supporto.

L’obesità è una condizione complessa e non può essere spiegata come il risultato di pigrizia, mancanza di disciplina o errori dei genitori.

Il rischio è influenzato da numerosi fattori: predisposizione biologica, ambiente familiare, disponibilità economica, istruzione, quartiere di residenza, accesso agli spazi verdi, pubblicità, organizzazione scolastica, qualità del sonno e possibilità di praticare sport.

Gli alimenti più calorici e meno nutrienti sono spesso economici, disponibili ovunque e pubblicizzati in modo attraente. Al contrario, acquistare regolarmente alimenti freschi, organizzare i pasti e accompagnare i figli alle attività sportive può essere più difficile per le famiglie con minori risorse economiche o poco tempo a disposizione.

Anche la percezione del problema può ritardare un intervento.

Secondo OKkio alla SALUTE, il 45% dei bambini con sovrappeso o obesità viene percepito dalla madre come sottopeso o normopeso. Inoltre, il 73% delle madri di bambini con eccesso ponderale ritiene che il proprio figlio non mangi quantità eccessive.

Questi dati non devono essere utilizzati per colpevolizzare le famiglie, ma per sottolineare l’importanza del pediatra, della scuola e dei servizi territoriali nell’identificare precocemente il problema.

Quali attività fisiche possiamo proporre ai nostri figli? e quali tecniche motivazionali sono più efficaci per i bambini obesi?.

Incoraggiare il gioco attivo è essenziale. Attività come andare in bicicletta, giocare a calcio, nuotare o semplicemente fare passeggiate nel parco possono essere molto benefiche.

È utile anche stabilire obiettivi raggiungibili e celebrare i piccoli successi, creando un senso di realizzazione nel bambino.

Utilizzare giochi e attività ludiche può rendere l’esercizio fisico più divertente e meno gravoso. È importante rendere l’attività fisica divertente e coinvolgente, in modo che il bambino sia motivato a muoversi. Stabilire routine quotidiane che includano momenti di attività fisica può contribuire a mantenere un peso sano.

Per migliorare l’alimentazione dei bambini non servono divieti assoluti né diete fortemente restrittive. È più efficace intervenire gradualmente sulle abitudini dell’intera famiglia.

Può essere utile:

  • proporre verdura sia a pranzo sia a cena;
  • consumare legumi più volte alla settimana;
  • alternare pasta, riso, pane e patate invece di sommarli abitualmente nello stesso pasto;
  • preferire acqua alle bevande zuccherate;
  • limitare snack, salumi, würstel, fritti e prodotti molto elaborati;
  • scegliere porzioni adatte all’età del bambino;
  • fare colazione regolarmente;
  • mangiare più spesso insieme e senza televisione o smartphone;
  • favorire ogni giorno gioco attivo, cammino e attività fisica;
  • proteggere il sonno e ridurre il tempo trascorso davanti agli schermi.

Quando il bambino presenta già sovrappeso o obesità, è importante evitare iniziative autonome e rivolgersi al pediatra. Il percorso deve coinvolgere la famiglia, tutelare la crescita e non trasformarsi in una fonte di stigma o vergogna.

La vera lezione della dieta delle “cinque P”

L’inchiesta della BBC ha avuto il merito di riportare l’attenzione su una contraddizione reale: vivere nel Paese della dieta mediterranea non significa necessariamente seguirla.

La formula delle “cinque P” non deve però diventare una nuova semplificazione. Pizza, pasta, patate e pane non sono nemici da eliminare, così come il problema non dipende unicamente dalle scelte individuali.

L’obesità infantile nasce dall’interazione tra alimentazione, sedentarietà, ambiente, condizioni economiche e fattori biologici. Affrontarla significa rendere le scelte salutari più semplici e accessibili, sostenere le famiglie, migliorare l’offerta alimentare nelle scuole e nei quartieri e garantire ai bambini maggiori opportunità di movimento.

La dieta mediterranea, quindi, non è necessariamente scomparsa. Ma deve essere riscoperta nella sua forma autentica: più vegetali e legumi, porzioni equilibrate, meno prodotti trasformati e una vita quotidiana più attiva. Non basta chiamare “mediterraneo” ciò che mangiamo. È il modello complessivo a fare la differenza.

Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgative e non sostituiscono la valutazione del pediatra o di altri professionisti sanitari. Nei bambini, qualsiasi intervento sul peso e sull’alimentazione deve rispettare le esigenze della crescita ed essere impostato senza colpevolizzazione o stigma.

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