L’obesità familiare può avere una componente genetica molto rilevante
Quando più persone della stessa famiglia convivono con l’obesità, non è soltanto una questione di abitudini: la genetica può influenzare fame, sazietà, metabolismo e risposta alle diete.
La predisposizione, però, non è una condanna.
“Anche sua madre era così”. “Nella nostra famiglia siamo tutti robusti”. “Per noi dimagrire è sempre stato difficile”.
Sono frasi molto comuni e contengono una parte importante di verità.
Quando l’obesità ricorre all’interno di una famiglia, infatti, non dipende necessariamente dal fatto che tutti mangino troppo, si muovano poco o condividano le stesse cattive abitudini.
Esiste una componente genetica reale, capace di influenzare il peso corporeo e di rendere alcune persone biologicamente più vulnerabili all’aumento di peso.
Questo non significa, però, che esista sempre un unico “gene dell’obesità” o che chi nasce con una predisposizione sia inevitabilmente destinato a sviluppare la malattia.
Nella maggior parte dei casi, l’obesità deriva dall’interazione tra numerose varianti genetiche, ciascuna con un piccolo effetto, e l’ambiente nel quale la persona cresce e vive.
Essere obeso è davvero scritto nei geni?
Gli studi condotti sulle famiglie e sui gemelli indicano che una parte consistente delle differenze individuali dell’indice di massa corporea può essere associata a fattori genetici.
In alcuni studi sui gemelli, l’ereditarietà del BMI è risultata particolarmente elevata.
Questi dati mostrano che la genetica esercita un’influenza importante, ma devono essere interpretati con attenzione: non significano che una determinata percentuale del peso di una singola persona sia direttamente causata dai geni.
L’ereditarietà è una misura statistica riferita alle differenze osservate all’interno di una popolazione e può cambiare in base all’ambiente, all’età e alle caratteristiche delle persone studiate.
Un classico studio sui gemelli pubblicato sul New England Journal of Medicine ha mostrato una forte componente genetica nella variabilità del peso e del BMI.
Essere un uomo obeso, quindi, non significa necessariamente avere ereditato una singola alterazione genetica. Più frequentemente, significa possedere una combinazione di varianti che, in determinate condizioni ambientali, facilita l’aumento di peso.
I geni possono predisporre, ma non predeterminare: conoscere il rischio serve a intervenire prima, non a rassegnarsi.
Una donna obesa eredita sempre il peso dalla famiglia?
Quando una donna obesa ha genitori, fratelli o altri familiari con obesità, la genetica può certamente contribuire alla somiglianza del peso corporeo.
All’interno delle famiglie, però, non vengono trasmessi soltanto i geni.
I componenti della stessa famiglia possono condividere:
- la composizione abituale dei pasti;
- le dimensioni delle porzioni;
- gli orari nei quali si mangia;
- il modo di utilizzare il cibo come premio o consolazione;
- il livello di attività fisica;
- le abitudini legate al sonno;
- le condizioni economiche e sociali;
- il modo di parlare del corpo e del peso.
Separare perfettamente genetica e ambiente non è quindi semplice. I figli ereditano una parte del patrimonio biologico dei genitori, ma crescono anche nello stesso contesto e imparano determinati comportamenti osservando gli adulti.
La familiarità per l’obesità deve essere considerata come il risultato di una trama complessa, nella quale biologia, educazione, ambiente e condizioni di vita si influenzano continuamente.
L’obesità può dipendere dai circuiti della fame
Quando si parla di genetica dell’obesità, si pensa spesso soltanto a un metabolismo più o meno veloce.
In realtà, molti dei geni associati al peso corporeo sono attivi nel cervello e partecipano alla regolazione della fame, della sazietà e della risposta gratificante al cibo.
I geni possono contribuire a determinare:
- quanto intensamente percepiamo la fame;
- quanto velocemente ci sentiamo sazi;
- quanto ci attraggono gli alimenti ricchi di grassi e zuccheri;
- la tendenza a mangiare tra un pasto e l’altro;
- il consumo energetico a riposo;
- la distribuzione del tessuto adiposo;
- la risposta dell’organismo alla restrizione calorica;
- la facilità con cui recuperiamo il peso perso.
Una revisione sulla genetica dell’obesità ha evidenziato che molti geni associati alla massa corporea sono espressi nel sistema nervoso centrale.
Questo conferma il ruolo fondamentale del cervello nel controllo del comportamento alimentare e del bilancio energetico.
Davanti allo stesso piatto, quindi, due persone possono ricevere segnali biologici molto diversi. Una può raggiungere rapidamente la sazietà, mentre l’altra può continuare a percepire fame nonostante abbia assunto una quantità sufficiente di energia.
Per alcune persone seguire una dieta può richiedere uno sforzo biologico maggiore, non perché abbiano meno forza di volontà, ma perché l’organismo può reagire alla perdita di peso aumentando l’appetito e riducendo il dispendio energetico.
L’obesità comune è quasi sempre poligenica
Nella maggior parte delle persone non esiste un singolo gene responsabile dell’obesità.
Le forme più comuni sono definite poligeniche, perché derivano dall’effetto combinato di moltissime varianti genetiche.
Ogni variante produce generalmente un effetto limitato.
Sommate tra loro, però, queste varianti possono aumentare la probabilità di sviluppare obesità, soprattutto quando la persona vive in un ambiente che favorisce:
- il consumo frequente di alimenti molto calorici;
- la sedentarietà;
- lo stress cronico;
- la riduzione del sonno;
- il consumo di porzioni abbondanti;
- la disponibilità continua di cibo.
Un ampio studio pubblicato su Nature Medicine, basato sui dati genetici di oltre cinque milioni di persone, ha sviluppato nuovi punteggi di rischio poligenico per il BMI.
Anche questi strumenti avanzati, tuttavia, riescono a spiegare soltanto una parte della variabilità del peso corporeo.
Il DNA può quindi indicare una maggiore o minore vulnerabilità, ma non permette di prevedere con certezza chi diventerà obeso o obesa.
Quando l’obesità dipende da un singolo gene
Esistono forme rare di obesità nelle quali una mutazione in un singolo gene altera profondamente i sistemi che controllano la fame e il bilancio energetico.
In questi casi si parla di obesità monogenica.
Le forme monogeniche possono essere sospettate in presenza di:
- obesità grave comparsa nei primi anni di vita;
- fame molto intensa e difficilmente controllabile;
- continua ricerca di cibo;
- rapido aumento di peso durante l’infanzia;
- altri familiari con manifestazioni simili;
- alterazioni endocrine o dello sviluppo.
Molte di queste condizioni coinvolgono la via della leptina e della melanocortina, uno dei principali sistemi attraverso i quali il cervello regola appetito e sazietà.
Una revisione sulle forme monogeniche e complesse di obesità descrive il ruolo centrale di questa via nel controllo dell’assunzione di cibo e dell’equilibrio energetico.
Riconoscere una forma genetica rara è importante perché, per alcune alterazioni, sono disponibili trattamenti mirati che agiscono direttamente sul meccanismo biologico responsabile.
I test genetici non sono necessari per tutte le persone con obesità. Possono essere indicati quando l’aumento di peso è molto precoce, grave e associato a una fame eccezionalmente intensa o ad altre manifestazioni cliniche.
Se l’obesità è genetica, perché è aumentata tanto?
Il patrimonio genetico della popolazione non è cambiato in pochi decenni.
Nello stesso periodo, però, la frequenza dell’obesità è aumentata rapidamente in molti Paesi.
Questo apparente paradosso dimostra il ruolo decisivo dell’ambiente.
Una predisposizione genetica può rimanere poco evidente in un contesto nel quale il cibo è meno disponibile, le porzioni sono più contenute e il movimento fa parte della vita quotidiana. La stessa predisposizione può emergere più facilmente in un ambiente caratterizzato da:
- alimenti ad alta densità calorica disponibili a ogni ora;
- porzioni sempre più grandi;
- prodotti molto appetibili e poco sazianti;
- lavoro e trasporti prevalentemente sedentari;
- riduzione delle ore di sonno;
- stress cronico;
- pubblicità alimentare continua;
- difficoltà di accesso ad alimenti freschi e salutari.
Gli studi sulle interazioni tra geni e stile di vita mostrano che un ambiente obesogeno può amplificare il rischio genetico. Al tempo stesso, alcuni comportamenti salutari possono attenuarne almeno in parte gli effetti.
Una ricerca sull’interazione tra rischio poligenico e stile di vita conferma che genetica, fattori sociali e comportamenti non agiscono separatamente, ma si influenzano reciprocamente.
Dire “obeso” o “obesa” può favorire lo stigma?
Nel linguaggio comune vengono ancora utilizzate espressioni come “uomo obeso” o “donna obesa”.
In ambito sanitario e divulgativo è tuttavia preferibile parlare di persona con obesità.
Questa formulazione mette la persona prima della malattia e ricorda che il peso non definisce l’intera identità di un individuo.
Utilizzare le parole obeso e obesa come etichette può contribuire, anche involontariamente, allo stigma. Chi convive con l’obesità viene ancora frequentemente considerato pigro, poco disciplinato o privo di autocontrollo.
Una ricerca sulla terminologia utilizzata per descrivere le persone con obesità ha evidenziato che espressioni come “persona obesa” possono essere percepite come stigmatizzanti. Un’ulteriore revisione sul pregiudizio legato al peso sottolinea la necessità di riconoscere l’obesità come una condizione medica complessa e multifattoriale.
Comprendere il ruolo dei geni aiuta ad abbandonare il giudizio morale.
Le persone non partono tutte dalla stessa situazione biologica: alcune percepiscono più fame, raggiungono più lentamente la sazietà o recuperano più facilmente il peso perso.
Questo non significa negare l’importanza delle abitudini individuali, ma affrontare il problema con gli strumenti della medicina anziché con il senso di colpa.
L’obesità familiare non è una condanna
Sapere di avere una forte familiarità per l’obesità non dovrebbe portare alla rassegnazione.
Al contrario, può favorire una prevenzione più precoce e un trattamento maggiormente personalizzato.
Una persona geneticamente predisposta può avere bisogno di prestare particolare attenzione:
- alla qualità e alla regolarità dell’alimentazione;
- alla durata del sonno;
- all’attività fisica;
- ai segnali di fame e sazietà;
- allo stress;
- all’andamento del peso nel tempo.
Gli interventi sullo stile di vita rimangono importanti, ma non sempre sono sufficienti da soli. Quando indicato, il trattamento può comprendere supporto nutrizionale, attività fisica adattata, sostegno psicologico, farmaci anti-obesità o chirurgia metabolica e bariatrica.
L’obiettivo non è scegliere tra geni e comportamento, ma capire quali fattori siano maggiormente coinvolti nella singola persona e individuare il percorso terapeutico più appropriato.
Quando chiedere una valutazione specialistica
È consigliabile rivolgersi a uno specialista quando:
- l’aumento di peso è iniziato molto precocemente;
- l’obesità è grave o progredisce rapidamente;
- la fame è continua e difficilmente controllabile;
- sono presenti numerosi casi familiari;
- i tentativi di perdere peso producono risultati molto limitati;
- sono comparse complicanze metaboliche, cardiovascolari o respiratorie.
Il medico potrà valutare la storia del peso, le abitudini alimentari, il sonno, i farmaci assunti, la presenza di malattie endocrine e l’eventuale opportunità di un approfondimento genetico.
L’obesità è nei geni, ma non soltanto
L’obesità familiare può avere una componente genetica molto rilevante.
I geni possono influenzare l’appetito, la sazietà, il metabolismo, la distribuzione del grasso corporeo e la risposta alla perdita di peso.
Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non esiste un singolo gene responsabile.
Il rischio nasce dall’effetto combinato di numerose varianti genetiche e dall’ambiente nel quale queste varianti si esprimono.
È quindi più corretto dire che i geni scrivono una predisposizione, non una sentenza definitiva. Ambiente, condizioni sociali, salute, comportamenti e possibilità di accedere a cure appropriate contribuiscono a determinare il percorso di ogni persona.
Comprendere questa complessità permette di superare l’idea semplicistica secondo cui sarebbe sufficiente “mangiare meno e muoversi di più”.
Significa riconoscere l’obesità come una malattia cronica che merita prevenzione, trattamenti personalizzati e, soprattutto, rispetto.





